Seleziona una pagina

Giacinto Bosco. Sotto il cielo di Capri

Il lavoro scultoreo di Giacinto Bosco ha un’origine antica. Le sue opere, tutte figurative, rimandano a forme e materiali da sempre presenti nella cultura artistica occidentale. Questa caratteristica dona alla leggibilità delle sculture da parte dell’osservatore una grande immediatezza.
La maestria tecnica di Bosco, che affonda le sue radici nella tradizione millenaria della lavorazione del bronzo a “cera persa”, è stata rinnovata dalla conoscenza di tecniche e strumenti più moderni e industriali, che rendono le sue sculture estremamente sofisticate tanto internamente (nella fusione), che esternamente (nella patina).
Dietro ogni opera di Bosco si maschera una sfida ai limiti dell’equilibrio dei pesi. Una manciata di metallo in più agli estremi di alcune delle sue sculture basterebbe a farle crollare rovinosamente a terra dal loro piedistallo. Invece, tutto è perfettamente bilanciato e per di più mascherato da figure o forme tanto esili ed essenziali, da far sorprendere l’osservatore, il quale stenta a credere di trovarsi di fronte ad una scultura di metallo.
Nell’ultima serie di opere, presentate per la prima volta qui a Capri, la sfida al bilanciamento dei pesi sembra essere ribadita dalla scelta dei soggetti: atleti o ginnasti immortalati nell’attimo in cui, sospesi in un bilico ricercato artificialmente in cima a degli oggetti, trovano finalmente un equilibrio grazie al controllo del proprio corpo.
Dal punto di vista iconografico le sue sculture non rappresentano mai personaggi o forme isolati, ma gruppi di una o due figure con oggetti. Questi ultimi sono utilizzati da Bosco come elementi di mediazione, in grado di chiarire l’azione svolta dalla figura singola, oppure la relazione tra le due figure: sono oggetti sintetici, dal disegno essenziale, scelti per la propria carica simbolica. La semplicità del profilo di questi oggetti infatti non richiama uno stile – e di conseguenza un periodo storico – ma soltanto una funzione specifica, da sempre presente nella storia dell’umanità; si tratta in sostanza di forme archetipiche: la sedia, usata come metafora di stabilità ed equilibrio per il corpo; la scala come metafora della salita; la corda simbolo di “cattura” o di legame (affettivo); la luna come simbolo per eccellenza dell’amore romantico, ecc.
I temi descritti dai suoi gruppi scultorei, grazie all’essenzialità della forme e alla scelta di simboli archetipici, assumono così un valore universale, ponendosi fuori dal tempo e dalla storia. I gesti d’amore tra i due amanti, il tema ricorrente delle sculture di Bosco, sono descritti come nella narrazione di una fiaba amorosa. Dal punto di vista stilistico anche le forme dei corpi dei suoi “amanti”, e in generale di tutti i suoi personaggi, sono modellate secondo caratteri che appaiono fuori dal

tempo. Bosco modella le figure in forme che potremmo definire “espressioniste”. I corpi umani sono sempre riconoscibili, tuttavia deformati in modo assolutamente soggettivo: proporzioni alterate, colorazioni innaturali, trattamento della pelle come se non fosse una superficie liscia, ma un insieme di condotti circolatori, ecc. L’espressionismo di Giacinto Bosco nulla ha a che fare con la corrente artistica affermatasi soprattutto in Germania tra il 1905 e il 1925, né con quella neo- espressionista dell’ultimo ventennio del Novecento. Al contrario, l’espressionismo di Bosco è connesso a quella che Maria Conti (a proposito dell’espressionismo letterario) ha definito una “secolare tradizione italiana”. Una tendenza alla deformazione dei corpi che il movimento storico dell’Espressionismo – nel recupero dell’arte egizia e greca arcaica, del gotico e del barocco, oppure della plastica africana – ha reso programmatica, ma che in realtà è un elemento ricorrente ed eterno dello spirito umano.

Ladislao Mittner, nel suo storico saggio su “L’Espressionismo” definisce il termine e la definizione che fornisce una “comoda approssimazione”: «non (…) la realtà storica di una scuola o di un gruppo comunque definibili nella loro unità o almeno uniformità (…) [ma] una specie di minimo comune denominatore che permette di collegare fra loro e assemblarli in un’unica voce, quei sommovimenti artistici in cui appunto l’individualità dell’artista (…) non ricerca più l’affermazione di un estetismo nell’equilibrio oggettivo dei rapporti formali (…) ma al contrario, lavora invece dall’interno, e quelle regole le stravolge dall’interno anche semplicemente alterando le forme o i colori, fino a trovare la sua principale ragione di esistere e di farsi arte, nell’intimo della coscienza soggettiva, in una disperata ribellione a ogni valore tradizionale della vita».